“Lo capirai quando sarai grande”. Questa era la frase preferita di mia madre per licenziare le mie domande scomode a cinque o sei anni. In effetti cos’altro avrebbe potuto rispondere alla mia richiesta di spiegazioni sulla separazione con mio padre o sul fatto che se dio era il creatore di tutto il mondo, allora Dio chi l’aveva creato?

Questa risposta aumentava la mia curiosità e soprattutto mi faceva desiderare terribilmente di diventare grande perché immaginavo che finalmente  avrei potuto sapere qualsiasi cosa. Lei pensava che sicuramente lasciassi perdere invece a distanza di giorni la torturavo chiedendole se per caso in quel momento ero abbastanza grande per avere le mie spiegazioni. Lei rideva e non rispondeva.

Uno dei misteri che maggiormente ha caratterizzato la mia prima infanzia è stato IL TAMPAX.

Era l’unica cosa nella sala da bagno a cui non riuscivo ad attribuire un significato, un utilizzo. Dopo indagini accurate, avevo scoperto che se ne serviva solo mia madre. Un giorno, mentre lei faceva un bagno, presi la scatola e le domandai di che cosa si trattasse. La risposta fu la solita. Rimasta sola, iniziai a fare i miei soliti giochi con acqua e schiuma di sapone nel lavandino ma non riuscivo a smettere di pensare a quella scatola. Allora la aprii e tirai fuori una specie di cilindro sottile. Pensai ad una caramella, forse. Scartai e davvero i miei quesiti e la mia curiosità aumentarono terribilmente: che cos’è questo filo? Una collanina? Una catenella per il WC? Oppure era una specie di origami come quelli bellissimi che sapeva fare mio fratello?

 

Sarà per questo che ora, tutte le volte che li compro, mi viene da ridere.