luglio 2007


Un bel giorno ti svegli in un posto che non conoscevi e ti senti a casa tua. Aspetti quel giorno, ci fantastichi su e quando arriva nemmeno ci fai caso.  Allora inizi a pensare che ci si può sentire a casa propria ovunque, nel mondo. Quindi perchè accontentarsi e stanziarsi? Sento crescere l’inquietudine tipica di chi vuole conoscere e vedere sempre di più. Il bello di vivere in una città come questa è poter incontrare persone di passaggio come te, poterle conoscere, confrontarsi e finalmente capire che qualcuno capisce o, addirittura, possiede il tuo stesso punto di vista nei confronti delle cose e della vita. Persone che vivono in coerenza con i propri pensieri e se la godono proprio. Persone che si muovono nella leggerezza di chi si sente libero di poter vivere come e dove vuole o che ha il coraggio di trattare i propri sogni come qualcosa degna di rispetto, impegno e attenzione; non come cose poco serie e poco edificanti da appoggiare la notte sul cuscino. Come direbbe il Dottor Ziggy Molino è sempre bello scoprire che esiste qualcuno per cui valga la pena . Viva gli anticonformisti. Quelli veri, però…..

Questa mattina mi sono alzata presto perchè i sogni non sono riusciti a trattenermi sul cuscino: troppo impegnativi e problematici, questa notte, quasi più della vita vera. Ho passato il tempo a cercare soluzioni con i personaggi grotteschi e semi reali proposti dal mio inconscio: un cast davvero bizzaro, questa volta. Pensare mentre si dorme è più faticoso perchè bisogna fare i conti con il paradossale e l’illogico che la vita onirica propone. Affiancata da un caffè americano lunghissimo, pensavo al fatto che spesso le persone ci escludono dalla loro vita ma sempre perchè in qualche modo noi abbiamo già deciso di uscirne. Non è mai l’una o l’altra cosa, sono due fatti che coesistono. A volte capita così, in maniera quasi impercettibile perchè il tempo, la distanza (effettiva o presunta) e le priorità portano le persone a dimenticarsi, a trascurarsi. A volte, invece, ci sono fatti traumatici che comportano il distacco. Mi sento che sto uscendo dalla vita di certe persone e non so perchè. Sono abituata ai distacchi e chiunque lo sarebbe se avesse avuto un padre come il mio 🙂  Decidere di non esserci più per qualcuno è una grande responsabilità ma a volte è proprio inevitabile. Se non fosse ancora chiaro sto facendo un check-up alla mia vita, ultimamente. Tra poco finiamo con le radiografie e passiamo alle analisi del sangue. Proporrei, invece, di vestirmi ed uscire a comprare qualcosa di biologico (anche se preferirei approfittare dei saldi…pure a digiuno!) considerato che il sole ci degna della sua presenza e che questo pomeriggio non sarò libera. Pertanto, je vais. Au revoir.

La giornata qualunque è quel tipo di giornata che passa senza portare con sè nessun avvenimento degno di nota. Passa semplicemente con lo scorrere delle ore. La giornata qualunque appare lenta e priva di svolta. Passi dal divano al letto e dal letto al divano pensando che potresti fare questo o quello pur sapendo che non farai nè quello nè questo. Durante la giornata qualunque non è un cattiva idea addormentarsi più volte per sentirsi sospesi nel sonno e avere uno sconto di qualche ora. Si legge e si scrive ma niente di veramente rilevante; non si riesce nemmeno a scegliere un film da vedere perchè durante la giornata qualunque non si ha voglia di niente ed è tutto una grande indecisione che rimbalza tra questo e quello, appunto. Non si ha voglia di sentire nessuno in particolare ma poi si finisce per fare qualche chiamata o scrivere qualche email che avranno senz’altro un retrogusto annoiato. La giornata qualunque capita, e penso anche non troppo di rado, nella vita delle persone. Quante saranno le giornate qualunque in un anno? Direi meno di dieci ma più di cinque ma  dipende dall’anno, dipende dalla vita, dalle persone….si tratta di un dato variabile. Ad ogni modo la giornata qualunque è quella giornata che non verrà mai raccontata da vecchi ai propri nipoti e nemmeno alle nuove persone che incontreremo: parleremo di noi, delle cose che abbiamo fatto ma mai si farà cenno ad una giornata qualunque vissuta.

Sto cercando di ricordare qualche giornata qualunque passata e mi vengono in mente solo immagini di libri sul letto, di messaggi sul cellulare e di specchio che riflette capelli spettinati e indolenza. E’ difficile parlare di una giornata qualunque perchè non ha sentimenti, non ha emozioni, non ha voglie… è semplicemente sospesa tra ieri e domani, tra quello che ero e quello che sarò. Perchè diciamoci la verità…a volte è bello sentirsi “qualunque” e azzerare ogni pretesa e aspettativa; è bello anche rispondere “la prossima volta…” declinando qualche invito. Nella giornata qualunque, infatti, solo l’idea di dover fare la doccia, asciugare i capelli, decidere cosa indossare per poi uscire di casa mette una tale stanchezza!! Nella giornata qualunque si sta con se stessi in silenzio e non si pensa a nessun altro. Nessuno parla delle proprie giornate qualunque…forse perchè non c’è molto da dire o forse perchè sembrano senza fascino. Eppure credo che abbiano una grande dignità, le giornate qualunque, perchè sono quei momenti neutri in cui si preparano i grandi sprint. Ecco perchè io ne parlo, oggi, della mia giornata qualunque che sta per volgere al termine. E ho deciso che aggiungerò una nuova domanda alla mia preferità “quanti caffè bevi al giorno” e sarà: “Parlami di una tua giornata qualunque”. Bene: ora non mi resta che scegliere un film e decidere cosa mangiare. No, forse leggo il libro che ho accanto perchè davvero non so quale film guardare; ma di leggere forse non mi va. E se mi preparassi del tofu con l verdure? No, non mi va di cucinare. Magari mangio una pesca…oppure latte di soya con molto zucchero e biscotti.  L’ho detto, no? E’ proprio una giornata qualunque.

Ho ricevuto una brutta notizia. Terribile direi. Spiegarne i dettagli poco importa dato che giorno dopo giorno diverrà meno dura, meno triste e le lacrime lasceranno posto ai sorrisi come per incanto. Ci si abitua a qualsiasi cosa, non smetterò mai di pensarlo. Anche una diagnosi senza scampo che fa accapponare la pelle al solo pensiero, con i giorni diventa meno amara, più gestibile. Semplicemente diventa perchè E’. Quando le cose non possono essere cambiate siamo noi a cambiare magari provati e con un senso di pesantezza sulla testa e sul cuore e con gli occhi spenti di chi ha capito quanto poco ci voglia a perdere l’equilibrio e cadere. Quando sta per nascere un bambino si ipotizza quale sarà il colore dei suoi occhi, se prenderà il naso della mamma e se diventerà alto come il papà. Perchè un figlio è quasi un riassuntino di chi lo genera, un piccolo racconto di sè da mettere al mondo sperando che sia ben visibile la propria firma, i propri tratti. Nessuno lo ammetterebbe mai ma la maggior parte dei figli nasce da un atavico bisogno narcisistico di continuare ad esistere. Mi viene spesso da pensare che, se l’incoscenza ed anche una certa forma di ignoranza non proteggesse le azioni degli esseri umani, saremmo molti di meno. Se solo ci si rendesse conto di cosa significa decidere che un altro abbia un’esistenza in questo mondo forse nascerebbe qualche bambino in meno, credo….o forse no. Fatto sta che capita di dimenticarsi che nulla è dovuto e scontato. Capita quindi che magari il bimbo venga fuori con il taglio d’occhi che tanto speravamo di vedere sul suo visino ma che poi qualcosa vada storto e che la sua buona salute che consideravamo un accessorio di base non sia poi così buona, anzi. Allora quel bel taglio d’occhi gli servirà a guardare un mondo non poprio semplice da vivere e le distanze e le diversità che lo  renderenno un’altra cosa rispetto agli altri. E’ così difficile essere felici per il semplice fatto di esserci. Sembra quasi banale sperare che un bambino nasca SANO poi il resto chi se ne importa. Eppure, capita di ripensarci…dopo, a fatto compiuto, a bruciatura stampata. Ci si abitua, certo. Perchè le prospettive sono tante e differenti non esiste solo il pacchetto in svendita uguale per tutti…come comunemente si pensa. Allora magari si va oltre all’idea che una vita debba essere necessariamente lunga, piena di cose e di persone per poterla definire tale. Io credo che molte persone vivano fino a 90 anni da veri coglioni…che sopravvivano anzi. Invece morire dopo 30 anni vissuti per bene sembra sempre un peccato, una tragedia, un’ anomalia. Trovo quasi ridicolo come la nostra cultura rifiuti e allontani da sè l’idea della morte. Siamo circondati da cadaveri ma facciamo finta di non vederli. Tutto ha una fine eppure nessuno se ne ricorda o ci pensa più del dovuto. Oppure peggio: si soppravvive alla paura di morire proiettandosi al futuro, rimandando i piaceri, le vacanze, gli abbracci…con l’assurda presunzione che ci sarà sempre del tempo da spendere per queste cose. Ecco come intere giornate si susseguono piene di niente, di doveri, di orari, di impegni, di serietà. Forse se ci fosse più rispetto per la morte si riuscirebbe a vivere più intensamente. Perchè il rispetto fa parte dell’ amore e amando la vita non si può non amare anche la morte che non è altro che la seconda faccia dell’esistenza. Ci dimentichiamo che la vita si genera dalla morte, ottusi e presuntuosi quali siamo. Non facciamo altro che piangere sui noi stessi, sulla nostra miseria e solitudine perchè fino a quando non si accetta di vivere anche nel dolore, fino a che non si impara a trattarlo come tutte le altre sensazioni allora si che tutto sembrerà insopportabile, invivibile e di un altro mondo.

Penso ad E. e a tutte le bambine come lei appena nate che ancora non sanno che per loro vivere sarà molto più difficile e doloroso; eppure sono certa che nel loro dramma di avere la certezza di non riuscire ad invecchiare avranno più gusto nel vivere le loro giornate rispetto al coglione che magari vivrà pure cent’anni senza aver dato senso nemmeno ad un giorno della sua esistenza.

Non guardo mai che ore sono, quanto tempo mi resta e faccio volentieri ritardo se questo significa poter stringere e baciare più a lungo il mio concubino, la mattina…e la notte. Ho sempre tempo per chi amo…fossero anche due minuti per scambiare due righe o due parole. E’ una brutta abitudine che non voglio perdere mai.