C’è qualcosa che mi inquieta, ultimamente. Ho provato a sondare se fosse possibile parlarne con qualche amico ma forse non ho mai becato il momento giusto e forse è un discorso un pò noioso e allora quando ho “inviato dei messaggi” non sono stati colti nel modo giusto. Ho deciso, allora, di parlarne con me stessa in questa sede. Non importa chi legge…ma almeno lo scrivo per me.

Il fatto è che in questa mia nuova fase laorativa e di inserimento in un determinato gruppo e realtà affiorano molteplici sensazioni e ricordi della mia infanzia. Ciò che più trovo strano è che avverto un certo disagio o una sorta di inadeguatezza che pensavo aver superato ampiamente e che invece mi presenta dei problemi che, in realtà, non ho mai risolto.

Principalmente sento sempre di non appartenere al momento che vivo e mi sento obbligata ad avere un’ interazione con i colleghi (di lingue, culture e nazionalità diverse) anche se a pelle ne starei lontana. Ho sempre odiato e respinto “il gruppo” come forma di aggregazione perchè mi sono sempre sentità diversa e ho sempre sentito l’esigenza di dire e fare quello che volevo mentre spesso “il gruppo” tende ad uniformare certe caratteristiche e a trovare vie di mezzo tra le volontà dei suoi componenti. Inoltre non mi piace sentirmi incompresa e mai questo è accaduto come ora considerata la differenza non solo della lingua ma anche degli usi e costumi. Devo ammettere anche che non sono un’ amante dei rapporti superficiali e mi riesce difficile parlare di niente con qualcuno che non mi interessa (anche se poi questo logicamente accade). Mi trovo spesso ad intrattenermi con alcune persone desiderando in realtà di starmene da sola. A tutto questo c’è da aggiungere che la maggior parte di chi fa un lavoro artistico è in costante ricerca di modi per poter esprimere quello che sente nella speranza di ottenere approvazione, amore, attenzione. Per inciso: tutto questo mi stimola molto e mi fa svegliare la mattina con molta curiosità e voglia di arrivare sul posto di lavoro e ammetto che certi incontri e conoscenze mi risultino più piacevoli di altri. Eppure in questa mia serenità fisiologica si stagliano ricordi e sensazioni che francamente mi spiazzano e mi sbattono in faccia punti oscuri che forse attendono da troppo tempo di essere capiti.

Ora: dalla mia personale autoanalisi la prima associazione plausibile è stata con un fatto del mio passato. A tre anni frequentavo un asilo di suore veramente stronze che non avevano la minima idea di cosa fosse la pedagogia. Ero tanto piccola e i ricordi non sono tantissimi ma ho chiarissimo quando prima del pranzo mi obbligavano a fare la pipì spogliandomi con forza e contro le mie urla e la mia volontà. Piangevo e mi dimenavo tanto che alla fine vincevo ma ogni giorno era un incubo dover difendere la mia plausibile non voglia di pisciare!! Se non la dovevo fare, perchè obbligarmi????!!! Erano severe e usavano spesso le mani sui bambini più grandi. Volavano schiaffi, tirate d’orecchie, rimproveri….e ricordo ancora la paura che aleggiava una mattina che nella sala di disegno erano stati beccati due bambini che curiosavano reciprocamente nelle loro mutande. La suora era stata spietata, cattivissima e se sono rimasta scioccata io non voglio immaginare i diretti interessati. Accedeva quindi che ogni mattina mia mamma accompagnava all’asilo me e mio fratello (più grande di due anni) e sistematicamente inscenavo un pianto disperato e in tutti i modi cercavo di non mollare la presa dalla maglia di mia madre. Certamente l’asilo era un ambiente ostile per le ragioni di cui sopra ma poi bisogna aggiungere la costante paura che provavo da bambina di essere abbandonata (visto che ero e sono la classica figlia di genitori separati e mio padre non ha mai manifestato grande interesse per i suoi tre figli- non per nulla non lo vedo da più di 10 anni). Non è la semplice separazione a causare frustrazione e inadeguatezza sui figli; sono anche tutti i momenti deliziosamente terribili che la mia famiglia ha saputo regalarmi proiettandomi nel mondo degli esseri pensanti all’ età di soli 6 anni. “Com’ è riflessiva e attenta, questa bambina! Molto più matura della sua età” Grazie al cazzo. Avrei preferito sentirmi un’ ebete spensierata per qualche altro anno. Non entro in merito alle situazioni specifiche perchè non mi sembra il caso. Però diciamo che ho avuto ottimi motivi per non sentirmi amata, protetta, importante. Ottimi motivi per sentirmi invece, un peso, un pacchetto da spostare qua e la, un ostacolo per vacanze decenti, una spesa scomoda ecc ecc. Ho visto troppe lacrime, troppe incomprensioni, troppo odio per l’ età che avevo. Ho ascoltato e cercato di capire discorsi e discussioni di una violenza e di una complessità che un bambino non dovrebbe nemmeno immaginare. Ma si sa…i genitori scelgono di mettere al mondo dei figli senza che i figli possano scegliere di venire al mondo oppure possano almeno scegliersi i genitori. E va beh. Chiudo questa parentesi e torno al mio pianto disperato all’asilo.

Quando mia mamma andava via dopo che le suore avevano cercato di convincermi, io me ne stavo a giocare singhiozzando e infinitamente triste mentre dei bambini stronzi mi deridevano per il fatto che non amassi stare in quel posto pieno di giochi e che non facessi altro che frignare. Solo la presenza di mio fratello rendeva tutto più sopportabile perchè lui mi prendeva per mano ed io un pò mi rassegnavo a quella giornata disegnando e giocando tranquilla ma cercando di evitare gli altri bambini. Frequentai quell’asilo solo qualche mese perchè poi mia madre si accorse che le suore erano delle grandi troie. Due anni dopo frequentai una nuova scuola materna, da sola questa volta visto che mio fratello faceva la seconda elementare, e anche se ci andavo volentieri mantenni una certa inclinazione alla solitudine. Contrariamente agli altri bambini, mi stimolavano molto i compiti, i disegni commissionati dalle maestre e i classici lavoretti da realizzare con le proprie mani. Odiavo, invece, i momenti di puro gioco in giardino (che all’asilo sono tanti) in cui guardavo certi bambini urlanti considerandoli idioti, noiosi…troppo più piccoli di me. Ricordo anche che respingevo certe bambine che si spacciavano per mie amiche e che avrebbero voluto avermi sempre nei loro giochi.

E’ dura essere una donna di 40 anni nel corpo di una bambina di 5 anni!! Hahaha! dai…non esageriamo, però mi sentivo davvero distante e DIVERSA. Il bello è che allora non sapevo che per tutto il resto della mia vita avrei avuto difficoltà a rapportarmi con i miei coetanei, sempre troppo indietro come esperienze e come esigenze. Ops…correggo: sempre troppo avanti io (purtroppo).

In sostanza questa sensazione di inadeguatezza si ripresenta. Si ripresenta ora, in un nuovo paese, con nuove persone e nuove realtà. Gli strumenti e l’esperienza mi consentono di rendere la cosa impercettibile esternamente ma io, quando a fine giornata salgo sul vagone dell’ RER, appoggio la testa al finestrino, mi perdo nella mia musica e mi chiedo come si fa a rassegnarsi al fatto che non sarò mai una figlia (anche se lo sono), che avvertirò di non meritare certe manifestazioni di affetto e di approvazione, che non mi sentirò mai a mio agio e abbastanza brava. Eppure in tutto quello che faccio e che vivo auspico solo ad avere conferme, ad avere approvazione e a sentirmi adeguata e meritevole. Se quando penso agli altri diverse cose non mi appaiono importanti ne vitali…su di me lo sono. Come se io dovessi essere di più e meglio per meritare amore.

Da piccola due miei cugini perfidi mi chiamavano “salice piangente” perchè c’è stato un periodo in cui piangevo per un niente sentendomi sempre così sperduta con mio padre perso nel vivere la sua giovinezza e mia madre sempre attenta a rinfacciare a lui che, giovane anch’ella, si doveva sorbire l’onere di gestire tre bambini.  Sono ancora un salice piangente anche se piango raramente e per giusta causa. Sono gli occhi il mio sismografo! Tutto quello che non va traspira dal mio viso. Niente mal di stomaco, niente notti insonni o altri disturbi. Semplicemente…. all’occorrenza un bel pianto liberatorio e poi una nuova pagina.

Voltare pagina

Ho scoperto che la pagina seguente in realtà non è mai bianca. C’è sempre qualcosa che ti porti dai capitoli precedenti. Siamo quello che abbiamo vissuto, evidentemente.  Sono felice di vivere qui e di vivere in questo modo con un uomo che amo e che mi ama. Sono felice di vedere il mio passato da lontano e stupirmi che il punto di vista cambia, se mi sposto. Prima di partire pensavo che certe cose fossero superate davvero. Ho sempre creduto di essermi conciliata con la mia storia senza portare particolari problemi sulle spalle. Eppure oggi scopro che qualcosa era stata messa a posto ma forse in malo modo. Ho aggiustato in tutta fretta e senza gli strumenti giusti. Ora butto giù e ci riprovo.

Mi rendo conto ch forse ho scritto qualcosa di illogico o non troppo lineare; ma ho seguito così…l’ordine dei miei pensieri sparsi e avanzati. Anyway….si accettano collette per pagarmi un bravo analista!!🙂 (…che poi mi chiedevo: analista se deriva da ano, in qualche modo, si occupa del buco del culo del cervello?? Mah….).