maggio 2007


C’è qualcosa che mi inquieta, ultimamente. Ho provato a sondare se fosse possibile parlarne con qualche amico ma forse non ho mai becato il momento giusto e forse è un discorso un pò noioso e allora quando ho “inviato dei messaggi” non sono stati colti nel modo giusto. Ho deciso, allora, di parlarne con me stessa in questa sede. Non importa chi legge…ma almeno lo scrivo per me.

Il fatto è che in questa mia nuova fase laorativa e di inserimento in un determinato gruppo e realtà affiorano molteplici sensazioni e ricordi della mia infanzia. Ciò che più trovo strano è che avverto un certo disagio o una sorta di inadeguatezza che pensavo aver superato ampiamente e che invece mi presenta dei problemi che, in realtà, non ho mai risolto.

Principalmente sento sempre di non appartenere al momento che vivo e mi sento obbligata ad avere un’ interazione con i colleghi (di lingue, culture e nazionalità diverse) anche se a pelle ne starei lontana. Ho sempre odiato e respinto “il gruppo” come forma di aggregazione perchè mi sono sempre sentità diversa e ho sempre sentito l’esigenza di dire e fare quello che volevo mentre spesso “il gruppo” tende ad uniformare certe caratteristiche e a trovare vie di mezzo tra le volontà dei suoi componenti. Inoltre non mi piace sentirmi incompresa e mai questo è accaduto come ora considerata la differenza non solo della lingua ma anche degli usi e costumi. Devo ammettere anche che non sono un’ amante dei rapporti superficiali e mi riesce difficile parlare di niente con qualcuno che non mi interessa (anche se poi questo logicamente accade). Mi trovo spesso ad intrattenermi con alcune persone desiderando in realtà di starmene da sola. A tutto questo c’è da aggiungere che la maggior parte di chi fa un lavoro artistico è in costante ricerca di modi per poter esprimere quello che sente nella speranza di ottenere approvazione, amore, attenzione. Per inciso: tutto questo mi stimola molto e mi fa svegliare la mattina con molta curiosità e voglia di arrivare sul posto di lavoro e ammetto che certi incontri e conoscenze mi risultino più piacevoli di altri. Eppure in questa mia serenità fisiologica si stagliano ricordi e sensazioni che francamente mi spiazzano e mi sbattono in faccia punti oscuri che forse attendono da troppo tempo di essere capiti.

Ora: dalla mia personale autoanalisi la prima associazione plausibile è stata con un fatto del mio passato. A tre anni frequentavo un asilo di suore veramente stronze che non avevano la minima idea di cosa fosse la pedagogia. Ero tanto piccola e i ricordi non sono tantissimi ma ho chiarissimo quando prima del pranzo mi obbligavano a fare la pipì spogliandomi con forza e contro le mie urla e la mia volontà. Piangevo e mi dimenavo tanto che alla fine vincevo ma ogni giorno era un incubo dover difendere la mia plausibile non voglia di pisciare!! Se non la dovevo fare, perchè obbligarmi????!!! Erano severe e usavano spesso le mani sui bambini più grandi. Volavano schiaffi, tirate d’orecchie, rimproveri….e ricordo ancora la paura che aleggiava una mattina che nella sala di disegno erano stati beccati due bambini che curiosavano reciprocamente nelle loro mutande. La suora era stata spietata, cattivissima e se sono rimasta scioccata io non voglio immaginare i diretti interessati. Accedeva quindi che ogni mattina mia mamma accompagnava all’asilo me e mio fratello (più grande di due anni) e sistematicamente inscenavo un pianto disperato e in tutti i modi cercavo di non mollare la presa dalla maglia di mia madre. Certamente l’asilo era un ambiente ostile per le ragioni di cui sopra ma poi bisogna aggiungere la costante paura che provavo da bambina di essere abbandonata (visto che ero e sono la classica figlia di genitori separati e mio padre non ha mai manifestato grande interesse per i suoi tre figli- non per nulla non lo vedo da più di 10 anni). Non è la semplice separazione a causare frustrazione e inadeguatezza sui figli; sono anche tutti i momenti deliziosamente terribili che la mia famiglia ha saputo regalarmi proiettandomi nel mondo degli esseri pensanti all’ età di soli 6 anni. “Com’ è riflessiva e attenta, questa bambina! Molto più matura della sua età” Grazie al cazzo. Avrei preferito sentirmi un’ ebete spensierata per qualche altro anno. Non entro in merito alle situazioni specifiche perchè non mi sembra il caso. Però diciamo che ho avuto ottimi motivi per non sentirmi amata, protetta, importante. Ottimi motivi per sentirmi invece, un peso, un pacchetto da spostare qua e la, un ostacolo per vacanze decenti, una spesa scomoda ecc ecc. Ho visto troppe lacrime, troppe incomprensioni, troppo odio per l’ età che avevo. Ho ascoltato e cercato di capire discorsi e discussioni di una violenza e di una complessità che un bambino non dovrebbe nemmeno immaginare. Ma si sa…i genitori scelgono di mettere al mondo dei figli senza che i figli possano scegliere di venire al mondo oppure possano almeno scegliersi i genitori. E va beh. Chiudo questa parentesi e torno al mio pianto disperato all’asilo.

Quando mia mamma andava via dopo che le suore avevano cercato di convincermi, io me ne stavo a giocare singhiozzando e infinitamente triste mentre dei bambini stronzi mi deridevano per il fatto che non amassi stare in quel posto pieno di giochi e che non facessi altro che frignare. Solo la presenza di mio fratello rendeva tutto più sopportabile perchè lui mi prendeva per mano ed io un pò mi rassegnavo a quella giornata disegnando e giocando tranquilla ma cercando di evitare gli altri bambini. Frequentai quell’asilo solo qualche mese perchè poi mia madre si accorse che le suore erano delle grandi troie. Due anni dopo frequentai una nuova scuola materna, da sola questa volta visto che mio fratello faceva la seconda elementare, e anche se ci andavo volentieri mantenni una certa inclinazione alla solitudine. Contrariamente agli altri bambini, mi stimolavano molto i compiti, i disegni commissionati dalle maestre e i classici lavoretti da realizzare con le proprie mani. Odiavo, invece, i momenti di puro gioco in giardino (che all’asilo sono tanti) in cui guardavo certi bambini urlanti considerandoli idioti, noiosi…troppo più piccoli di me. Ricordo anche che respingevo certe bambine che si spacciavano per mie amiche e che avrebbero voluto avermi sempre nei loro giochi.

E’ dura essere una donna di 40 anni nel corpo di una bambina di 5 anni!! Hahaha! dai…non esageriamo, però mi sentivo davvero distante e DIVERSA. Il bello è che allora non sapevo che per tutto il resto della mia vita avrei avuto difficoltà a rapportarmi con i miei coetanei, sempre troppo indietro come esperienze e come esigenze. Ops…correggo: sempre troppo avanti io (purtroppo).

In sostanza questa sensazione di inadeguatezza si ripresenta. Si ripresenta ora, in un nuovo paese, con nuove persone e nuove realtà. Gli strumenti e l’esperienza mi consentono di rendere la cosa impercettibile esternamente ma io, quando a fine giornata salgo sul vagone dell’ RER, appoggio la testa al finestrino, mi perdo nella mia musica e mi chiedo come si fa a rassegnarsi al fatto che non sarò mai una figlia (anche se lo sono), che avvertirò di non meritare certe manifestazioni di affetto e di approvazione, che non mi sentirò mai a mio agio e abbastanza brava. Eppure in tutto quello che faccio e che vivo auspico solo ad avere conferme, ad avere approvazione e a sentirmi adeguata e meritevole. Se quando penso agli altri diverse cose non mi appaiono importanti ne vitali…su di me lo sono. Come se io dovessi essere di più e meglio per meritare amore.

Da piccola due miei cugini perfidi mi chiamavano “salice piangente” perchè c’è stato un periodo in cui piangevo per un niente sentendomi sempre così sperduta con mio padre perso nel vivere la sua giovinezza e mia madre sempre attenta a rinfacciare a lui che, giovane anch’ella, si doveva sorbire l’onere di gestire tre bambini.  Sono ancora un salice piangente anche se piango raramente e per giusta causa. Sono gli occhi il mio sismografo! Tutto quello che non va traspira dal mio viso. Niente mal di stomaco, niente notti insonni o altri disturbi. Semplicemente…. all’occorrenza un bel pianto liberatorio e poi una nuova pagina.

Voltare pagina

Ho scoperto che la pagina seguente in realtà non è mai bianca. C’è sempre qualcosa che ti porti dai capitoli precedenti. Siamo quello che abbiamo vissuto, evidentemente.  Sono felice di vivere qui e di vivere in questo modo con un uomo che amo e che mi ama. Sono felice di vedere il mio passato da lontano e stupirmi che il punto di vista cambia, se mi sposto. Prima di partire pensavo che certe cose fossero superate davvero. Ho sempre creduto di essermi conciliata con la mia storia senza portare particolari problemi sulle spalle. Eppure oggi scopro che qualcosa era stata messa a posto ma forse in malo modo. Ho aggiustato in tutta fretta e senza gli strumenti giusti. Ora butto giù e ci riprovo.

Mi rendo conto ch forse ho scritto qualcosa di illogico o non troppo lineare; ma ho seguito così…l’ordine dei miei pensieri sparsi e avanzati. Anyway….si accettano collette per pagarmi un bravo analista!! 🙂 (…che poi mi chiedevo: analista se deriva da ano, in qualche modo, si occupa del buco del culo del cervello?? Mah….).

…mi sono svegliata con le migliori intenzioni zen, buddhiste, ottimiste e tutte quelle altre discipline che promuovono il “sorridi che la vita ti sorride”.Ho lasciato il letto al primo richiamo della sveglia sentendomi in forma e riposata. Ho fatto un pò di stratching e bevuto un bicchiere di latte di soia con un pò di cacao. Ho aperto la finestra e ho detto: “Buongiorno undicesimo arrondisment” (“Sti cazziiii!”) e ho augurato un buon lunedì a tutti gli uccellini che sull’ albero di fronte facevano un festino dalle 4 della mattina. Mi sono vestita veloce, ho legato i capelli con due code, ho impostato sull’ ipod la playlist preferita e via verso una nuova giornata, una nuova settimana. Sono stata brava, no? Non ho dimenticato nulla e non ho risparmiato nemmeno un sorriso. Eppure è stata una delle peggiori giornate che io possa ricordare in quest’ultimo periodo! Mi è accaduto di tutto! Ho perfino perso l’abbonamento metro/RER comprato il giorno prima! Denti in bella vista al mattino e lacrime a iosa la sera. Temo si sia trattato di un complotto ancestrale. Necessita reclamo e voglio il rimborso…almeno per la card orange!!!!

Eccomi di nuovo. Ho una moltidudine di pensieri in testa e non risco a riordinarli. C’è la clessidra in attesa che si completi il loading. Mi sa che ogni tanto il Ctrl+Alt+Canc sia d’obbligo almeno per chiudere qualche applicazione.

Sto bene, grazie. Del resto è la mia stagione e mi sento carica come un telefonino nuovo (dopo la prima carica…). Sono ubriaca e non ho bevuto nulla. Sono sazia e ho mangiato poco e nulla. Sono riposata e ho dormito poche ore. No, non faccio uso di droghe, non ho nemmeno mangiato del cioccolato o bevuto caffè….oggi.

Mi sento come se avessi indossato un vestito nuovo che mi cade  perfettamente. Chiaro, o no?

Sono già le 22 e questa mia ultima giornata di completa libertà ha quasi sparato tutte le sue cartucce. Ufficialmente inizio a lavorare lunedì ma domani firmerò un contratto proiettandomi in un una nuova fase. Ecco perchè per me ora si consumano le ultime ore di questo “periodo di mezzo” iniziato il novembre scorso.  In un certo senso è come se avessi preso il ponte di tutti i santi collegandolo a quello del primo maggio. Niente male, come vacanza. Stasera ci sono ancora delle cose che dovrei fare o almeno….che mi ero ripromessa di fare. Ipotizzo anche che probabilmente non le farò. Il bello o il brutto di non avere uno schema giornaliero è che si perde un sacco di tempo: una tazza di the arriva a durare un’ora; non finiscono mai le cose da leggere e nemmeno il tempo che si dedica ad un email o ad un riposino; entrare in un museo ad un’ora indefinita e riguardare l’orologio solo dopo essere tornata a casa sorprendendosi che sia passato così tanto tempo.Sono sei mesi che non imposto la sveglia, che non ho impegni particolari, che non faccio degli spettacoli, che non lavoro su come esprimere la mia creatività. Mi sento come svuotata di tutto, ripulita, resettata. Sono pronta per riempirmi di tutto, di nuovo.  Percepisco l’ ozio come una forma di noia e la cosa più importante che ho imparato in questi mesi è che dalla noia si sviluppa fantasia, forza e voglia. Davvero non credevo. O meglio…lo sospettavo. Ma non avendo mai avuto periodi di ozio così lunghi avevo un’idea di noia negativa, distruttiva direi. Ora so che ogni tanto è importante annoiarsi, lasciarsi svuotare dal nulla e stare. Semplicemente stare occupando uno spazio e tastando quanto può essere insensata un’ esistenza, quanto meno, la propria.

Ho sognato il mare stanotte. Lo guardavo da sopra una barca ma non mi sono tuffata. Incontravo amici e parenti…su altre barche. Le persone, quando dormono, volano. Hai mai osservato le posizioni di chi dorme? Sembrano spiccare salti leggeri con le gambe distanti, le braccia aperte e abbandonate.  Sono leggere, le persone che dormono. Buffe, spensierate e leggere. Perchè volano, quando dormono.

 

Solita ipocrisia all’ italiana. Figli e famiglie non nascono perchè siamo al punto in cui non si riesce nemmeno a diventare uomini o donne autonomi. Cosa si può creare in questo modo? Oppure ci mettiamo a figliare senza buon senso….tanto poi ci sfamiamo con la provvidenza: un pezzo a me, un pezzo a te….. Stranamente le fette più grosse non arrivano mai a chi ne ha bisogno davvero.

La fonte del problema è la solita: l’individualismo è incompatibile con i principi dello Stato sociale; chi ha il potere lo utilizza per se stesso nel disinteresse della collettività e la collettività sguazza nell’ignoranza accettando, e ancora peggio, legittimando le prese per il culo che subisce…

Se conoscete qualcuno che vuole attaccarsi al carro del Family Day sabotatelo e ditegli di attaccarsi ad un’ altra cosa!

Ma poi DICO….. perchè usare termini inglesi? Non si poteva chiamare semplicemente il giorno delle famiglie? Che provincialismi: tutta l’Italia è un paese, “bidda” si direbbe in sardo. 

 

In Italiano se dici grazie ti rispondono: prego. Di niente.In Francese se dici merci ti rispondono: De rien (di niente, appunto) oppure Vous etes en prie.In Inglese se dici thank you ti rispondo: You’ re welcome. Che vuol dire sei il benvenuto. Perchè?…. 

In Italiano in un discorso formale si da del Lei.In Francese in un discorso formale si da del Voi.In Inglese in un discorso formale di sa comunque del Tu. 

In Italiano si dice tovaglia.In Francese si dice nappe.In Inglese si dice table-cloth. 

 

Ecco, quest’ ultimo termine secondo me, esprime la simpatia e la furbizia degli inglesi nel rendere la loro lingua più semplice possibile: che cosa può essere, del resto, una tovaglia se non il “vestito del tavolo”? Splendidi, semplicemente. I tempi verbali sono giusto un paio e intercambiabili a seconda delle esigenze. Anche certe frasi possono essere riciclate e, per badare al massimo risparmio, se una parola ha sette lettere forse se ne pronunceranno massimo tre!! 🙂  Impossibile non stimarli.I francesi invece sono molto cordiali e l’attenzione e la delicatezza che hanno con l’ interlocutore è quasi commovente. Ancora un pò si danno del “voi” anche i bambini a meno che non si decreti di comune accordo “on peut tutoyen”. Insomma è una lingua piena di specchietti per le allodole, forse, ma conquista perchè fa sentire importante l’ interlocutore. L’ italiano, beh…..cosa dire? Dovrei sentirlo con le orecchie di un inglese o di un francese 🙂 Diciamo che sicuramente ha un bel suono, ha una grammatica complessa e assortita e forse nelle espressioni è meno attenta e formale del francese. Più pratica, diciamo. Anche se è carente di certi termini veloci. Ad esempio: il distributore automatico di snack e/o bevande viene comunemente detto “macchinetta”. Perchè nessuno ha voglia di dire “ci facciamo un caffè al distributore automatico di snack e/o bevande?” Ecco che allora tutte le cose che necessitano di un nome breve diventano “macchinette”. La macchinetta del caffè, la macchinetta per i capelli, la macchinetta del papi (ma questa è un’ altra storia). Questo termine mi fa pensare alla mia nonna che invece definiva ogni oggetto tecnologico “apparecchio”. L’ apparecchio era il telefono e talvolta il televisore; c’era anche l’ apparecchio per misurare la pressione e penso ogni genere di oggetto non esattamente identificato. 

Pensavo, poi, alla lingua sarda. Tutta un’ altra musica. Una bella musica. Forte. Tanto che spesso anche una cosa dolce detta in sardo sembra un insulto! 🙂Mi ha sempre divertito questo fatto. In Sardo, che io sappia, non esiste una parola che equivalga al “prego”(sono pronta ad essere smentita!). Certo ci possono essere espressioni del tipo “chi deu si du paghiri” ma io intendevo qualcosa che lasciasse da parte dio. Forse si dice “de nudda” ? Mmm….mi sembra improbabile.Ad ogni buon conto, so per certo che per il sardo la parola amore non esiste. Tempo fa immaginavo un protosardo nell’ intento di dichiarare il proprio amore ad una protosarda. Ecco, lui ti amo non lo poteva dire perchè ti amo in sardo non esiste. Mi immagino che quei sardi fossero davvero di poche parole. Se volevano una donna la prendevano così…senza troppi ma e perchè. Erano pratici, duri, permalosi, sanguigni. Sicuramente avevano una grande difficoltà ad esprimere a parole certe sensazioni nell’intento di tutelare la dignità dei loro sentimenti. Ma se si parla di insulti…beh…il sardo è la lingua migliore! In Italiano puoi dire: VaffanculoIn Inglese Fuck you 

Ma in sardo puoi dire: Cravarinci in su cunnu e’ mamma rua. Che tradotto (ma ti assicuro che non rende) sarebbe: Vai ad infilarti (ma cravarinci è molto più violento di infilarti) nell’ utero di tua mamma. Che figurativamente parlando….è tremendo, no? Poi ci sono un sacco di varianti e tante altre espressioni sarde mitiche. Ma ora vado a dormire….anzi: minci croccu (ovvero mi corico – da cui nascono poi le espressioni italianizzate tipo: corichiamo insieme?vai a coricare…) 

Mi verrà in mente sicuramente qualche altra riflessione linguistica…. Se vuoi contribuire sei il benvenuto.