I miei 6 mesi sabbatici stanno per concludersi. Mi rimane una manciata di giorni per prendere atto del fatto che dal 14 maggio questa splendida vita biologica si appresterà a diventare solo un ricordo.

Bellissimo.

Penso che ogni lavoratore dovrebbe dedicarsi un momento simile nella propria vita: si capiscono molte cose di sè, di quello che si fa e che si vorrebbe fare senza che il tutto sia inquinato dallo stress, dalla sveglia, dalle scadenze e tutto il resto che la mattina ci fa dire “ma chi me l’ha fatto fare”. Insomma lo suggerisco vivamente! (per quanto sia possibile farlo). Ammetto di aver avuto un tempismo eccezionale nel vivere questo sabbath nella città più bella del mondo che ha sempre qualche novità o qualche angolo che ho voglia di scoprire e conoscere.  Anche questo suggerirei: allontanarsi da casa propria per un tempo imprecisato ma abbastanza lungo per valutare ad una certa distanza da dove si arriva: si fanno delle scoperte incredibili! Non che non conoscessi la mia città (…i congiuntivi sono in saldi…), questo no! Diciamo che si ottiene un occhio più critico e meno buonista nei confronti di alcuni disagi che in loco non paiono poi così macroscopici come in realtà sono.

Ebbene si. Inizierò di nuovo a lavorare. Anche se, finalmente, farò solo quello che mi interessa veramente. Niente ufficio, niente colleghi depressi e isterici, niente routine alienante. Ho sempre lavorato con la creatività ma in Sardegna i guadagni sono talmente bassi e approssimativi che avere anche un lavoro “normale” è d’obbligo. Ma questa normalità mi è sempre stata stretta. Quindi con il mio contratto a tempo indeterminato (invidiato da molti…perchè non so) ci ho fatto un aereoplanino di carta e l’ho fatto volare nel vuoto. Non certo perchè fosse a tempo inderminato quanto perchè corrispondeva ad un lavoro che ultimamente mi spegneva, mi toglieva, mi schiacciava. Ho sempre sentito stretto quell’ ambiente fatto di persone che concepiscono la concretezza come privazione. Per avere devi togliere. Per essere sicuro devi stare male. No, grazie. Forse siamo in pochi a pensarla diversamente e credo che ci considerino anche un pò pazzi…ma vedi: ritengo che il lavoro non sia solo la sicurezza dello stipendio a fine mese, della busta paga per mettersi il mutuo trentennale, della pensione (…?) ecc ecc. Devi sentirti bene quando lavori, devi sentire l’ esigenza di quello che fai e non solo per il guadagno. Perchè vivere da vecchi quando si è giovani? Mi sembra un controsenso. Ed eccomi qua: avrò una nuova busta paga (anche più generosa della precedente..), avrò dei nuovi orari di lavoro ma potrò sentirmi bene e magari svegliarmi la mattina contenta…come tutte le volte che ho fatto degli spettacoli di teatro, danza ecc ecc. La bambina che c’è in me ringrazia e se ne sta seduta impaziente perchè non vede l’ora di iniziare; e non è più tanto arrabbiata per gli anni che l’ho costretta al compromesso di un lavoro che la annoiava. Lo sanno tutti che non c’è violenza peggiore per un bambino che condannarlo alla noia e alla staticità quando ha voglia di esprimersi e correre!

 Io non so se “volere, potere”, “bisogna crederci” e tutte queste mezze stronzate da bignami spirituale siano vere o meno. Credo, però, che sia fondamentale per chiunque non rinunciare mai all’ ambizione per se stessi e pretendere qualcosa di meglio se non si è più contenti di quello che si fa. Perchè le cose cambiano, com’è naturale, e lo fanno meglio e prima se si ammette di essere cambiati e di avere bisogno d’altro.