Hotel de Ville. Esposizione sulla deportazione dei bambini ebrei che vivevano a Parigi e zone limitrofe.Centinaia di foto, tanti visi ed espressioni. Ci si perde la vista a leggere la data di nascita, la data in cui è avvenuta la deportazione; l’indirizzo della loro casa.7, 8, 10, 2 o anche solo un paio di mesi l’ età di questi minuscoli esseri umani mai tornati a casa. Foto piccole, foto grandi, ritagli di giornali, disegni, letterine in una successione che sembra infinita e che preme in modo crescente sulla coscienza di chi guarda. La stessa sensazione provata al museo della memoria della Shoa dove all’ ingresso ti attendono non so quanti nomi di ebrei vittime dell’ olocausto incisi sul marmo bianco; inizi a leggerne uno, due, tre….ma poi ti perdi e ti disperi se cerchi di immaginarli in carne ed ossa davanti a te.

Per non dimenticare, si usa dire. Ma a guardare quello che capita al mondo mi pare che la memoria dei governi sia molto labile. L’ uomo dimentica ogni giorno persino che è un essere mortale figuriamoci se può tenere a mente fatti passati. Sembra che la morte capiti sempre a casa degli altri, in quei posti lontani lontani, diversi diversi, stranieri stranieri dove tutto sommato è ammissibile che si compiano certe barbarie. Mi sorprende che la violenza, gli stermini, le guerre abbiano sempre delle motivazioni che giustificano chi le compie. Solo il tempo le fa apparire meschine e assurde. Ci si chiede di non dimenticare la Shoa per non cadere negli stessi errori eppure quell’ assurdutà si ripete da anni in altre forme e su altre razze.

Dovranno passare almeno 40 anni perchè ai morti UCCISI di oggi venga reso uno straccio di dignità. Solo allora si noteranno i particolari di quei bambini ritratti sulle biciclette, con un pupazzo in mano o sorpresi a fare la lingua. Solo allora sembreranno esseri umani con un nome e un’ età precisa. Saranno proprio come i bambini ebrei della mostra che ho visto oggi che riempivano di angoscia e responsabilità di chi leggeva le loro brevissime storie. Quegli stessi bambini che più di mezzo secolo fa venivano strappati dalle braccia delle loro madri e stippati in quei vagoni inguardabili per poi essere privati di tutto.

Si fa presto a dire un “deportato ebreo”. Ci si accorge di avere qualche difficoltà in più se quel ‘deportato ebreo’ lo chiami Ester Jarach.Ester aveva abitato al 58 di rue foubourg de Saint Antoine con la sua famiglia e scopri che aveva solo 5 anni quando nel 1942 fu inghiottita dal convoglio numero 21 mentre il mondo, come sempre e come ora, stava a guardare.

Quando penso a cose come queste vorrei rinunciare alla mia cittadinanza, rispedendo la mia carta di identità al mittente e strappando la pagina del registro nascite dove si trova il mio nome. Non vorrei essere più italiana, europea ma nemmeno una qualsiasi abitante del mondo.Mi hanno imbrogliata e mi hanno fatto credere che il mio ruolo nel sistema fosse fondamentale e che io contassi qualcosa per poi scoprire, invece, che sono in pochi a fare la partita e a decidere sugli altri. Ester ed io abbiamo lo stesso identico peso ed importanza. Solo che qualcuno ha deciso che lei valesse ancora meno del niente, che non avesse diritti che non fosse nemmeno un essere umano come si raccomanda.

SCHIFO

Sarebbe cosa giusta se chi uccide, sevizia e strappa via anche l’ ultimo briciolo della dignità di una vita potesse poi vomitarne le ossa, le viscere e i brandelli a kili…giusto per scoprire che sapore disgustoso può avere una morte mai digerita.