Una delle cose che ho ritrovato nel mio lungo soggiorno cagliaritano è una ME che quasi ho stentato a riconoscere.

Mi sono ritrovata bambina nei disegni dell’ asilo e delle elementari che sono andata a rivedere. Sgorbietti sempre più precisi con il passare degli anni che mi hanno ricordato le belle sensazioni che avevo nel disegnare, colorore, nel creare la realtà secondo il mio punto di vista. E’ sempre stato così e lo è ancora.

Ho ritrovato me stessa nelle agende smemoranda che ho collezionato negli anni del liceo. Coloratissime, disegnatissime e fittissime di parole. E’ stato inevitabile rileggere qualcosa e non mi sono riconosciuta per nulla in quelle righe. Ho letto cose imbarazzanti, scandalose….quella me insolente si meritava proprio due schiaffi!! Anche se poi ad una lettura più attenta ho rivisto tutti i vuoti e tutti gli ostacoli che ho incontrato e superato a modo mio in questi anni. Allora avrei voluto incontrare quella me, abbracciarla forte (perchè poi era di questo che aveva bisogno) e rassicurarla che tutto sarebbe andato bene.

Ho ritrovato me stessa in un quaderno di appunti in inglese di qualche anno fa. C’erano delle pagine scritte non so in che anno e non so in che giorno. Non sono riuscita a ricordare se quelle parole fossero legate ad un fatto particolare o fossero semplicemente frutto di un delirio immaginario e immaginato. Fatto sta che mi ci sono ritrovata e ho pensato che è strano tornare a Cagliari, a casa mia e ritrovare me e tutte quelle parti di me che ho lasciato indietro e sembrano passate, dimenticate; invece no: in qualche modo restano e credo sia giusto osservarle con gli occhi di oggi.

Ho passato del tempo con quell’ altra me e ci siamo studiate diffidenti chiedendoci se io sono come lei avrebbe voluto che fossi e se lei fosse come io la ricordavo.

Ad ogni modo, le parole che ho trovato in quel quaderno sono queste:

L’ ultima volta che ho pianto.

Domenica pomeriggio di sole e di vento, l’ultima volta che ho pianto. Mi metteva a disagio la trasparenza del cielo e la luce così sincera; solo un vento fortissimo a rendere meno perfetta quella giornata che altrimenti sarebbe stata talmente bella da essere SPIETATA nei confronti del dolore e irrispettosa nell’ imporsi con tutta la sua luce su chi si sente e vuole stare al buio.

Righe salate sulle mie guance come un gesto d’ affetto ricevuto da chi ti vuole bene. Gocce di sale che muoiono negli angoli della bocca rivelando un retrogusto amaro. Amarissimo. E’ questo il sapore delle lacrime che nascono dal dolore.

Domenica di sole, domenica di vento. E non è mattina ma non è nemmeno sera. Hai tutto il tempo per sederti sopra alla sconfitta di un esame andato male, di un torto subito, di un futuro cambiato. Il vento spinge i pensieri in un qualunque pomeriggio di sole: li mischia, li confonde, li trasforma in sensazioni, in lacrime che si spargono pericolosamente sulle ciglia fino a precipitarsi sul viso. Ecco la fine che fanno certi pensieri. Ascoltali: muoiono in un silenzio assordante e sconvolgente.

Nostalgia: per qualcosa che non avevo e che non avevo mai avuto. Un momento tutto mio da rivelare a quel sole superbo, da confessare sotto a quel cielo imbarazzante; sorretta da quel vento vero e imperfetto come me. Il mare dentro agli occhi che sale, sale fino a traboccare.

Non è durato a lungo: il tempo di trasformare la tristezza in un rigagnolo salato non troppo esteso; il tempo di svuotare gli occhi e liberarli dal mare.

Oggi non è domenica e non è pomeriggio. Non soffia il vento e non c’è nemmeno il sole. Non so più quanti anni ho, se al mio ritorno troverò il mio uomo, se domani avrò un lavoro; non so se sono speciale per qualcuno, non so se ho le capacità che credevo di avere.

Vorrei le gocce salate del mio mare a consolarmi ma non le trovo. Vorrei sentire il dolore sulla punta della lingua perchè trasformato in gusto fa meno male. Invece tutto si blocca nella gola . Rabbia e dolore intrecciati in un nodo spesso e forte che non sale e non scende. Bloccata, paralizzata e non sarà questione di poco.

Voglio sentirmi libera e padrona del mio dolore come

L’ultima volta che ho pianto.